Un estratto di Calzini alla rovescia di Alice Basso

Pubblicato il : 12/03/2026 15:51:40

1

 

Stamattina ho un problema di calzini.

Me ne sto in piedi davanti al mio letto, in silenzio, e quello che vedo mi piace. Ho schierato tutti i vestiti che ho intenzione di indossare per ciò che mi aspetta oggi. Da sinistra: calzini, pantaloni, bretelle, camicia, cravatta, gilet. Biancheria no perché la indosso già, cappotto e scarpe no perché li tengo nell’ingresso. Bretelle perché le cinture mi danno fastidio. Cravatta perché (se non è troppo stretta) mi piace che mi tenga il colletto bello aderente al collo. Gilet perché mi piace e basta, e poi oggi vado a fare una cosa per cui è giusto essere eleganti. Tutto previsto, tutto sotto controllo.

Tranne i calzini.

Devo decidere cosa fare coi calzini.

I calzini che ho scelto per oggi sono bellissimi. Riprendono i colori sobri e autunnali di pantaloni, bretelle, camicia, cravatta, gilet, ma sono decorati a macchinine. Maggiolini Volkswagen rétro dai dettagli sorprendentemente precisi per essere stampe tessili industriali. La scelta più ovvia sarebbe quindi indossare i calzini come sono stati pensati per essere indossati, e cogliere ogni occasione possibile per alzare una gamba, fare un gradino, piegare un ginocchio, sgranchirsi una caviglia, insomma esporre e ammirare le macchinine fra il bordo delle scarpe e quello dei pantaloni.

Tuttavia, oggi so cosa mi aspetta.

Almeno credo. Dovrei essermene fatta un’idea.

Prevedo che la giornata di oggi sarà emozionante e anche, forse, un po’ stressante.

Intendo: più stressante di quanto sia già normalmente stressante per me qualsiasi giornata in cui esco di casa e incontro delle persone.

Insomma. Il fatto è questo: in giornate così, io devo stare attenta ai calzini.

Perché, quando il mio livello di stress sale un pochino, quando inizio ad avere tante cose da tenere sotto controllo, quando per qualche ragione i confini di quello che mi è chiaro e di quello che non lo è mi si sfocano davanti al naso, i primi ad andarci di mezzo sono loro. I calzini. Che da amici caldi e affettuosi dei miei arti inferiori rivelano di colpo il loro Lato Oscuro e si tramutano nel Nemico. Il bordo inizia a stringere, la punta a ingabbiare; le cuciture – loro, soprattutto – iniziano a pungere e prudere, e da un momento all’altro il mio principale e poi unico pensiero è che devo liberarmi dei dannati calzini.

L’ho fatto davvero. In passato.

A dieci anni puoi sfilare e scagliare a mo’ di fionda i tuoi calzini. A trenta pare di no.

Quindi, è deciso: li indosserò alla rovescia. Le cuciture non mi daranno fastidio e io e le macchinine arriveremo alla fine della giornata ancora insieme e in buoni rapporti.

Non potrò cogliere ogni occasione buona per esporle, ma pazienza. Tanto, lo saprò io che sono là.

 

Prima di uscire devo fare colazione. Un giusto apporto di elementi nutritivi è essenziale per affrontare una giornata come questa.

La mia colazione prevede una tazza da un quarto di litro (la mia ha le ochette) piena di latte (quasi-bollito, senza pellicina) e otto biscotti con gocce di cioccolato (di una marca precisa, naturalmente, selezionata nel tempo fra sette) tenuti per la punta e intinti fino a metà. Prima si mangia la metà intrisa, poi la metà croccante, e così via alternando per otto volte e un totale di sedici bocconi. Infine si beve il latte, che nel frattempo ha raggiunto una temperatura ideale e si è sporcato il giusto di cioccolato fuso.

Non è pignoleria – cioè, sì, anche, forse, bah; chiamatela come volete. Io la chiamo scienza.

Perché questa per me è la Formula della Colazione Perfetta. Se vi piacciono il latte caldo e i biscotti con le gocce di cioccolato, naturalmente. Chi sono io per sindacare, se vi piacciono spremuta d’arancia e yogurt col muesli, o caffè amaro e cornetto al miele? Ma se siete i tipi da latte caldo e biscotti con le gocce di cioccolato mi sento di suggerirvi di sperimentare questa combinazione, che la quipresente ha testato per sé, per voi e per la scienza nel corso di anni e che sembra soddisfacente sotto ogni punto di vista.

 

Uscendo dal palazzo incrocio la portinaia che sta spazzando l’atrio. Ci salutiamo.

«Esce?» mi dice, appoggiandosi alla scopa.

La cosa mi stupisce.

Non si vede?

Voglio dire: ho addosso il cappotto e le scarpe, sono appena uscita dall’ascensore e sto marciando attraverso l’atrio in direzione del portone. È piuttosto evidente che io stia uscendo, no? Perché me lo chiede?

Comunque se non altro la risposta è facile, perché è l’unica possibile. Dico: «Sì».

«Fa bene! Con questa bella giornata!».

Non sto uscendo perché è una bella giornata: sto uscendo perché oggi devo andare in un posto. Sarei uscita anche con la pioggia.

Mi fermo prima di dirglielo. L’ultima volta che abbiamo avuto una conversazione di questo genere mi ricordo che la portinaia ha sbuffato e ha detto – cos’aveva detto? Ah, sì: «Era solo per fare conversazione». Con un tono dispiaciuto. Io mica voglio dare dispiaceri alla gente.

«Buona passeggiata», mi dice, riprendendo a spazzare.

Mi trattengo di nuovo dal dirle che non sto facendo una passeggiata ma sto andando in un posto. Invece la saluto e le dico «Buon lavoro». Perché lei è palese che sta lavorando. Non faccio illazioni, io.

Comunque lei mi sorride perché ho detto la cosa giusta. Io.

Quindi alla fine siamo contente tutte e due.

 

La verità è che io la portinaia la invidio un po’. Credo che non sia del tutto consapevole della fortuna che ha, quindi non sono sempre bendisposta o imparziale verso di lei.

Le invidio il bel vetro grande del suo ufficetto che si affaccia sull’atrio e il fatto che sia pagata per stare tutto il giorno dietro quel vetro a guardare cosa succede.

A voi posso confessare che penso spesso che se lo facessi io, il suo mestiere, sarei una portinaia molto più brava di lei. È immodesto, ma è così. Annoterei tutto. Tutti i dettagli. Non sai mai quali dettagli potranno risultare utili un domani, no? Metti che in questo condominio avvenga un omicidio, o un rapimento, qualcosa per cui un poliziotto arrivi a indagare e chieda tutti i particolari che la portinaia – in questo caso, io – riesca a ricordare. O che uno scrittore voglia ambientare un romanzo in questo stabile e abbia bisogno di particolari da includere nel libro. Non si sa mai. Non importa. Il tuo compito, tuo di portinaia, è solo startene seduta lì e fare attenzione a quello che vedi, poi saranno il poliziotto o lo scrittore a decidere cosa usare.

Ore diciotto e quindici: la signora Melchiorri, del piano ammezzato, è appena rientrata recando seco una sporta della spesa piena. Aveva il cappotto e le scarpe infangate, cosa compatibile con il fatto che sta piovendo dalle diciassette e venti, ma i capelli asciutti, segno che deve avere lasciato in macchina l’ombrello e parcheggiato sotto la tettoria dei balconi. Dalla borsa della spesa spuntavano un ciuffo di sedani e una baguette. A giudicare dallo stato non freschissimo dei sedani, si può ipotizzare che a casa Melchiorri si mangerà sedano questa stessa sera a cena, cosa peraltro coerente con il fatto che sia lei sia il signor Melchiorri dichiarino da ormai più di una settimana di essersi messi a dieta.

È un sacco di roba da annotare, vero? Chissà se le brave portinaie fanno un corso di stenodattilografia.

Io lo farei.

Ve l’ho detto: sarei una portinaia bravissima.

 

 

 

 

2

 

Comunque, su una cosa la portinaia aveva ragione: è effettivamente una bella giornata.

Bella significa naturalmente che ci sono cose belle e ci sono cose brutte e che quelle belle superano quelle brutte.

Comincio dalle cose brutte, perché ho imparato che se lascio quelle belle per ultime poi è più facile che rimangano in mente:

 

–       il solito graffito sul muro di fronte al mio portone. I graffiti mi piacciono, ma questo è più che altro una scritta sbavata fatta con una bomboletta nera, sopra un muro di un azzurro chiaro che era più bello senza la scritta. La stecca di un controfagotto nel bel mezzo di una sinfonia di Beethoven;

–       la curva appena oltre il mio isolato. Le macchine arrivano troppo veloci e non è neanche la velocità il problema, è il rumore forte e improvviso che fanno;

–       la pescheria di fronte alle righe pedonali. Ti costringe ad approdare sul marciapiede nel punto esatto in cui vi aleggia una nube endemica di fetori ittici. Vorrei scrivere alle autorità e chiedere di ridisegnare le righe pedonali in modo che finiscano di fronte anche solo al negozio di fianco, che è un’inodore agenzia immobiliare.

 

Cose belle:

 

–       il cielo oggi è molto azzurro, e, a differenza dell’azzurro del muro di fronte al mio portone, è un azzurro intonso. Neanche una nuvoletta. Una lunga nota di flauto, dal vibrato bello regolare;

–       dall’altra parte delle righe pedonali c’è una signora con un cane. Mi piacciono i cani, in particolare quelli grossi con la facciona placida e gli occhi che un po’ sembrano capire tutti i più reconditi segreti dell’universo, un po’ sembrano supplicarti per una merendina. Questo è un Terranova, che significa che segna il punteggio massimo su tutte le scale;

–       a giudicare da come gira la testa, il Terranova sembra favorevolmente disposto verso l’odore di pesce. A differenza di me. Ma, visto che a lui sembra piacere così tanto, tutto sommato credo che rinuncerò alla petizione alle autorità per far spostare le righe.

 

Ora che ci rifletto, non so se le cose belle superano quelle brutte, visto che sono tre a tre e anzi, a voler essere precisi, due delle tre cose belle si riassumono in un unico cane.

Forse è una bella giornata perché sono di buonumore io.

Anche se la cosa che sto andando a fare mi mette un pochino paura. Come prevedevo, peraltro.

Ma la voglio fare lo stesso.

 

Al semaforo successivo mi fermo per aspettare il verde e noto che una ragazza ferma accanto a me mi sta squadrando.

Non amo molto che mi si squadri, ma lei mi sta squadrando di lato, nel senso che, come ho detto, è ferma accanto a me, non di fronte, quindi non mi fa l’effetto di qualcuno che stia per aggredirmi, semmai di qualcuno che sia tentato di dirmi qualcosa ma esiti.

La gente che esita a me piace. A me capita spesso di esitare, perché mi capita spesso di non essere sicura se una certa cosa vada fatta o no. Quindi empatizzo. La gente che esita la capisco e mi fa venire voglia di dire «Coraggio, niente paura». Che è quello che mi farebbe piacere che dicessero a me.

Inoltre: oggi sono fierissima di come sono vestita, quindi oggi mi fa più piacere del solito che mi si squadri.

Giro la testa verso la ragazza e la guardo in quel modo che ho capito che incoraggia la gente a non esitare.

«Scusami», sorride lei, smettendo appunto di esitare, «posso mica chiederti dove hai trovato quel completo pantaloni gilet? Ma anche il cappotto. E la cravatta. Scusa, eh, è che sei troppo stilosa!». Ride un po’ imbarazzata. Le persone si imbarazzano quando fanno i complimenti. Non è illogico? Dovrebbero imbarazzarsi quando ti insultano.

Le sorrido in quel modo che ho capito che incoraggia le persone a non imbarazzarsi.

«Cosa sei?» prosegue, indicandomi col dito da testa a piedi, «come ti definisci? Giusto per sapere. Hipster? Mod? Metrosexual? Prog?».

«ASD», dico io. Sta per Autistic Spectrum Disorder.

Alza le sopracciglia. «È una nuova moda?».

«Secondo qualcuno sì», sospiro, «ma la verità è che siamo sempre esistiti».

La ragazza annuisce e fa «Oooh» con ammirazione.

Il semaforo è diventato verde.

Questa chiacchierata mi è piaciuta. Quindi siamo a quattro cose belle.



 

 Alice Basso

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