Intervista a Valerio De Paolis_Negli occhi del padre

Pubblicato il : 12/03/2026 12:01:12

Negli occhi del padre
Federica De Paolis
 
Valerio De Paolis è considerato uno dei distributori indipendenti più importanti del nostro paese. Ha traghettato in Italia film orientali, inglesi, turchi, francesi, iraniani, americani: cinema impegnato, sociale, seducente, opere magnifiche che hanno contribuito a scrivere la storia del cinema. Ricordo un articolo che titolava L’uomo dalle Palme d’oro; in effetti, è impressionante il numero di titoli che, nel suo carnet, hanno conquistato premi prestigiosissimi: 6 Leoni d’oro di Venezia, 3 Orsi d’oro di Berlino, fino alle 13 Palme d’oro al Festival di Cannes, senza contare decine di Oscar e Golden Globe. La sua società, la BIM – fondata nel 1983 e da lui guidata fino al 2014 – è stata il nido del cinema d’autore, il biglietto da visita per grandi viaggi di celluloide.
Nel suo sguardo si è sempre annidato un istinto particolare: uno sguardo pronto a riconoscere ciò che rende i film speciali, capaci di incontrare il pubblico, portatori di sogni e di messaggi. Ma questo sguardo non si limita al cinema: vola oltre, si posa anche sui quadri e sulla fotografia. Per chi lo conosce, è proverbiale la sua collezione d’arte, che non ha bisogno di presentazioni: una collana di opere soprattutto dedicate al Novecento italiano. In un secondo momento De Paolis si avvicina alla fotografia. La collezione è meno definita, più prismatica, eppure anche qui si riconosce uno sguardo personale.
Per me, che sono sua figlia, gli occhi azzurri di mio padre sono sempre stati magici. La sua iride destra è macchiata di marrone: quando ero piccola pensavo a quel segno come a qualcosa di speciale, un tratto distintivo che testimoniava la sua capacità di posare lo sguardo in un altrove luccicante. Immaginavo che fosse la spiegazione per cui, ogni volta che i suoi occhi si fissavano su qualcosa, quella cosa avrebbe iniziato a brillare. Una suggestione infantile, eppure mio padre sbaglia di rado. Quando incontra un’immagine – cinematografica, pittorica o fotografica – e la sceglie, significa che è speciale.
 
FD Hai avuto, diciamo così, un’educazione estetica?
No, direi di no. Mio padre e mia madre non si interessavano di arte. L’unica figura familiare di riferimento è uno zio di Bologna, Domenico Natali, pittore della domenica. Era sposato con la sorella di mia madre: un uomo agiato, dotato di grande gusto. Belle case, viaggi, musei, grandi macchine. Dipingeva dei paesaggi e aveva un debole per Morandi, il mio artista preferito, di cui possiedo più opere. Forse è stato lui ad avere un’ascendenza su di me.
 
FD Qual è stato il primo quadro che hai comprato?
Avevo ventisei anni. Ero amico di Arturo Zavattini – figlio di Cesare, il grande sceneggiatore italiano – che lavorava come operatore di macchina e si occupava anche di arte. Ricordo perfettamente un giorno in cui, con Vittorio De Sica, andammo alla galleria Odyssia, in via Ludovisi: gli fecero vedere un centinaio di quadri di Sergio Vacchi. De Sica, seduto su un divano, diceva: “Questo sì, questo no”. Ne avrà comprati una cinquantina. Quello fu il momento in cui mi interessai per la prima volta alla pittura. Dopo qualche tempo anch’io acquistai alcuni quadri di Vacchi, un pittore che oggi, senz’altro, non sceglierei. Ricordo un grande quadro verde che qualche anno fa ho rivisto in un’asta. Ecco: Vacchi è stato il mio primo pittore.
 
FD Quando hai cominciato a interessarti alla fotografia?
Più o meno in quegli anni. Ero molto amico di Pierluigi Praturlon e di Tazio Secchiaroli, due dei paparazzi più famosi, diventati fotografi di cinema. Stavo con loro, avevo un debole per la fotografia e mi piaceva anche scattare. In certi momenti ho persino pensato che potesse diventare il mio mestiere. Facevo ritratti, mi piaceva molto fotografare le persone. Ci sono delle belle foto di tua madre, ricordi?
 
FD Eppure hai iniziato tardi a collezionare fotografie.
Per me la fotografia è stata un’avventura e una passione, fino all’arrivo del digitale, poi la magia si è persa. Penso a Cartier-Bresson, alla sua Leica, alla luce naturale. Penso a Saul Leiter che, negli anni Cinquanta e Sessanta, fotografava New York: gli esterni, i riflessi nelle vetrine, i manichini, la neve, la capacità di raccontare la realtà attraverso il paesaggio. Ma soprattutto amo le fotografie di persone: ritratti che raccontano un’identità in una posa, in uno sguardo, nell’inclinazione di un volto. In una sola immagine puoi leggere la storia di una vita.
 
FD Ci sono molte foto di donne, corpi di donne.
I corpi delle donne sono opere d’arte. Mi riferisco a come si vestono, si truccano, si muovono, camminano, spostano gli occhi, si toccano i capelli. Racchiudono un universo estetico, sensuale e simbolico irresistibile. Man Ray, per esempio, ha fatto foto incredibili; al contrario, non sono un fan di Helmut Newton: trovo le sue immagini esageratamente maschili, predatorie, perfino mercificanti, anche se non amo questo termine.
Possiedo una foto di Edward Weston che per me è un capolavoro assoluto: è una fotografia di Tina Modotti nuda. È stata scattata in Messico. Lui aveva la macchina fotografica sul cavalletto, cercava di fotografare il cielo; a un certo punto si è voltato e l’ha vista sdraiata, mentre prendeva il sole. È un’immagine di una sensualità travolgente. Ne sono stato ossessionato per anni. Un giorno l’ho trovata a New York: non credevo ai miei occhi. Il gallerista mi ha spiegato che si trattava di un originale del 1924; nel giro di un mese mi ha fornito una documentazione completa e l’ho comprata.
 
FD Fai una valutazione di mercato quando compri?
Mi sono sentito molto libero mentre compravo fotografie. Sono stato molto istintivo. A un certo punto mi sono reso conto di avere pochi fotografi italiani. Allora mi sono interessato a Mimmo Jodice, Gianni Berengo Gardin, Domingo Milella, Luigi Ghirri. Nelle foto di Ghirri c’è l’Emilia, certi paesi, i cancelli, i boschi, i campanili, i luoghi della mia infanzia, qualcosa che mi tocca molto da vicino.
 
FD Quindi anche le fotografie sono diventate una collezione?
Sì, ma non tematica, con una scelta più libera di quella della pittura.
 
FD Che differenza c’è tra comprare un film e comprare una foto?
Comprare un film non produce la stessa emozione. È un processo lungo: ho acquistato film sulla base della sceneggiatura e c’è voluto molto tempo prima di vederli realizzati. L’emozione che produce un film si deposita, è completamente diversa da quella che produce una foto. Una fotografia produce una sensazione esplosiva, fortissima. È come un istante estatico. In una sola immagine entri in contatto con qualcosa di grandissimo. Penso alla foto di Dora Maar, al suo ritratto, ai suoi occhi: entro in relazione con un universo più ampio, la storia con Picasso. Vengo traghettato, in un nanosecondo, in un altro mondo; immagino, mi emoziono. Le fotografie sono soprattutto evocative e insieme concrete, immaginifiche.
 
FD E tra un quadro e una foto?
La fotografia è l’essenza stessa della vita. Il quadro è una rappresentazione della vita. Anche qui il processo è più lento, più meditato. In uno scatto senti la velocità, la sua forza: un processo fenomenale. Sono piccoli miracoli, istintività colta negli istanti. Senti la solitudine del fotografo, la sua ispirazione; carpisci il suo sguardo, decifri la sua fantasia.
McCurry parte per l’India senza nulla, decide di andare a fotografare gli indiani, si ritrova nel bel mezzo di un’inondazione, entra nell’acqua, scatta foto commoventi. Sono un pezzo di storia e insieme dei capolavori. C’è tutto: l’umanità, la natura, la furia del mondo. Sono immagini che mi fanno venire le lacrime agli occhi.
 
FD Quest’emozione così forte che provi nel guardare le foto equivale al bisogno di possederle?
Ci ho pensato parecchio e sono arrivato alla conclusione che il collezionista è una persona in qualche modo irrisolta. La collezione riempie un vuoto soprattutto emotivo, serve a bilanciare, mettere ordine. Parliamo di persone incomplete, che hanno bisogno di compensare. Per me la collezione è pacificante: mi dà una grande soddisfazione, mi fa compagnia; sapere di averla mi gratifica, è uno stato di rassicurazione perpetuo.
 
FD A che età diventi collezionista?
La mia prima collezione è stata quella degli orologi, intorno agli anni Ottanta. L’orologio è una collezione frivola: si tratta dell’unico gioiello maschile, il completamento di un lato estetico, anche esibizionistico. In quegli anni l’orologio vintage aveva assunto per me una grande importanza e mi sono molto divertito.
Alla fine avevo una collezione notevole, importante. Poi, sul finire degli anni Novanta, in seguito a una crisi economica violentissima, ho dovuto venderla, soprattutto per pagare l’aliquota del venti per cento che veniva tassata sui film. Oggi quella collezione varrebbe dieci volte di più, ma non ho nessun rimpianto: è servita per continuare a lavorare bene. Nel 1993 ho comprato il mio primo quadro importante, un Morandi.
 
FD Spesso quello che compri aumenta il suo valore: come fai a capitalizzare il tuo gusto?
Il grande segreto di un collezionista – ricorda che il collezionista è qualcuno che non si vuole separare da un oggetto scelto; un collezionista non compra per capitalizzare, ma per possedere – è cercare di comprare qualcosa che gli piace davvero. Sono molto autocritico quando scelgo un quadro, un mobile, una foto, un orologio. Se da una parte sono impulsivo, dall’altra devo esserne profondamente convinto. Pensare al denaro non è un buon criterio. Gli oggetti sono destinati a crescere o a svalutarsi; l’importante è che piacciano.
 
FD Ma c’è uno studio dietro le tue scelte?
Sì, certo. Nel corso degli anni ho imparato moltissime cose: conosco le opere, i percorsi, la storia delle fotografie e dei quadri. Però mi lascio soprattutto prendere dall’istinto. Ovviamente esiste un lato economico: ognuno dispone di un budget. Ma non compro pensando che una cosa possa aumentare di valore. Certo, se aumenta sono contento; ma se hai comprato qualcosa in base a un ragionamento puramente economico e quella cosa si svaluta, vai incontro a una delusione terribile. E poi ricorda: io sono un collezionista, non un mercante.
 
FD Cosa succede quando compri qualcosa?
È un divertimento inaudito. Si scatena l’adrenalina. Compro velocemente, appena trovo ciò che mi interessa. Le aste sono forse l’esperienza più forte di tutte: sento un tremito, un impulso irrefrenabile, la necessità dell’acquisto. Con le fotografie sono stato più libero che con i quadri: dietro non c’era un disegno preciso. In ogni caso, quando compro qualcosa mi sento appagato, ritorna il discorso della compensazione.
 
FD La più emozionante acquisizione di un film?
Era il 1993. Ero a caccia di un film che si chiamava Addio mia concubina di Chen Kaige. Durava quasi tre ore, era in costume, una produzione molto costosa, in più cinese. Lo inseguivo da parecchio, avevo letto la sceneggiatura, ero molto attratto, ma era un’operazione molto rischiosa. Il produttore cinese non voleva farmelo vedere, lo vendeva a scatola chiusa. Allora chiesi al distributore francese – un caro amico che lo aveva già acquisito e che aveva una copia – di farmelo vedere di nascosto. Convincerlo non fu facile. Alla fine organizzò una proiezione clandestina, alle due di notte, in un grande cinema de Le Champs Elysées. Ricordo che ero seduto al centro di una sala enorme, completamente vuota. Era un film bellissimo, avvincente, pieno di scene madri, un capolavoro. Sono uscito alle cinque del mattino ed ero l’uomo più felice del mondo. Addio mia concubina vinse poi a Cannes.
 
FD Qual è la tua foto preferita di questa collezione?
La foto di Tina Modotti. Ma penso anche a La bambina con il pallone di Letizia Battaglia: lo sguardo della ragazzina è struggente e, allo stesso tempo, la prova assoluta che la fotografia, oltre a tutto ciò che abbiamo detto, è uno strumento di comunicazione sociale e politico senza confini.
 
FD La foto irraggiungibile?
La foto irraggiungibile è quella di Tina Modotti [mio padre sorride, ndr]. Questa immagine è sedimentata dentro di me. L’ho vista la prima volta a trent’anni. Ci penso tutti i giorni. È iconica: il corpo femminile, l’esuberanza, la sensualità. È un’immagine assoluta.
 
FD Dove tieni questa foto?
Nella mia stanza da letto.
 
FD La guardi solo tu?
L’avevo messa in sala da pranzo, ma la gente non la guardava con la giusta intensità: mi sembrava offensivo. Ero turbato dall’indifferenza. Turbato, offeso e, se devo dirla tutta, immensamente rammaricato.
 
FD Per chi?
Per me, per Tina Modotti, per Edward Weston.

 

 

 


Didascalie:

Santuario San Luca, Bologna, 2024 © Silvia Camporesi

 

Arquitectonica #3, 2019, Stampa su carta cotone © Gianluca Pollini

 

Leonardo da Vinci, La dama con l’ermellino, dalla serie L’era successiva, 2010, Pittura digitale su plexiglass © Mariella Bettineschi

Elena 00, 2008 © Roberto De Paolis

 

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